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lunedì 26 settembre 2016

Chi sono (curriculum semiserio)

Benvenuti (o bentornati) nella mia pagina!

Se volete scrivermi, questi sono i miei contatti:

email:  filippini.c@gmail.com

www.facebook.com/riabilitazioneostia


Se invece volete sapere qualcosa di me, questo è il mio quasi-curriculum:


CHI SONO

Mi chiamo Chiara Filippini, sono nata nel '77, e mi interessano gli  esseri viventi ( animali, umani, piante). 

Dopo aver lavorato con i bambini per anni, e a contatto con il pubblico per altri anni, sono inciampata nella fisioterapia: il giusto connubio tra scienza, contatto ed empatia.

E' stato amore.

Mi sono laureata nel 2007, con una tesi sul neonato, poi è iniziata la lunga strada per ridurre la distanza tra quello che so e quello che vorrei imparare.

COSA FACCIO 

Dopo una preparazione universitaria di stampo neurologico (riabilitazione di ictus, Sclerosi Multipla, Parkinson, mielolesioni) ho voluto approfondire:

Rieducazione Posturale Globale metodo Souchard - un metodo di "allungamento guidato" derivato e rielaborato dal metodo Mézières, che si occupa di allentare le tensioni muscolari e di correggere i compensi, responsabili di una postura inefficace o dolorosa.

- Linfodrenaggio metodo Vodder - un tipo di massaggio linfatico, molto preciso e delicato, adatto a tutti, compreso: chi ha malattie autoimmuni, chi soffre di psoriasi, chi si è operato e ha una stasi linfatica, chi aspetta un bambino, e chi non può assumere farmaci.

Riabilitazione del pavimento pelvico: anche detto perineo, è quella parte che va dal pube al coccige, passando 'da sotto'. Naturalmente intendo riabilitazione dal punto di vista di un fisioterapista, quindi nella relazione con postura e movimento. Incontinenze, prolassi, cicatrici, dolori...   In Italia su questo argomento c'è ancora tanta confusione, ma piano piano si comincia a parlarne.

- Tutti gli altri interessi, come le correlazioni tra postura e articolazione temporo-mandibolare; il concetto di abilità residua; la fisioterapia come recupero o mantenimento della massima funzionalità possibile; la bellezza nell'armonia motoria; l'alfabetizzazione anatomica, ve li risparmio. Per ora.


DOVE SONO IO

Tratto i miei pazienti a domicilio, nello studio medico Med&Tech di Ostia, nello studio CMed ai Parioli, e nello spazio Kinesio ai Prati Fiscali. 

DOVE SIETE VOI

Siete su un blog, dove troverete considerazioni, racconti e aggiornamenti riguardanti la fisioterapia. Se avete domande, scrivetemi qui nei commenti, o sull'email, o su facebook.





martedì 19 aprile 2016

Un'afasia capricciosa

Da ormai parecchi anni tratto una walchiria di 92 anni. Emigrata dalla Lituania tedesca all’età di 14, ha vissuto in Italia per quasi 60 anni. Ciononostante, ha ancora l’accento crucco, parla in tedesco con i figli, e i generale con il tedesco sembra trovarsi sempre più a suo agio che con l’italiano.

L’ho presa in carico dopo una protesi d’anca, e non l’ho più lasciata. Sebbene io sia più propensa ad indirizzare ad altri i pazienti dopo qualche tempo (trovo che cambiare approccio e mani, dopo un po’, sia indispensabile ), lei non mi ha permesso di mandarle un collega. Succede a tutti noi. Ormai è diventata una terapia reciproca, e senz’altro anch’io non potrei più farne a meno.

La sua storia clinica è lunga e complessa (92 anni, che vi aspettavate?!) ma ve la risparmio. Vi dirò solo che soffre da anni di TIA, che si manifestano talvolta con una pericolosissima perdita di coscienza (cade improvvisamente , causa delle fratture dell’anca 10 anni fa), talvolta con degli innocui ma fastidiosi black out nella vista, e nelle crisi più durature di afasia di Wernicke.

I TIA , Attacchi Ischemici Temporanei, sono come dei mini-ictus. Una parte del cervello si trova senza ossigeno per qualche ragione, il tessuto cerebrale si mette da solo in riposo forzato, mette il cartello “trono subito” e riprende a funzionare quando il danno è stato riparato (o aggirato).

L’afasia è una alterazione del linguaggio, e prende nomi diversi in base ai tipi: quella di Wernicke è stata amichevolmente chiamata “l’insalata di parole” perché la grammatica è mantenuta, ma il paziente sostituisce alcune parole con altre reali, vere, di senso compiuto ma inappropriate al discorso. Esempio:  “volevo farti arrotolare (leggere) una cosa, ma non trovo i dischi (occhiali)”

Io e l’aiutante della mia walchiria ormai ci mettiamo in allerta già dalle prime sostituzioni: se durano poco e sono lievi, aspettiamo, in genere dopo il primo pisolino scompaiono. Se durano più di mezz’ora, rimaniamo in osservazione. Ma vi dirò che anche  portarla in ospedale è solo uno scrupolo: non possono farle nulla, a parte rivoltarla di analisi per poi confermare che ha… dei TIA ricorrenti!

In una delle crisi cui ho assistito, ho voluto fare un esperimento: ho chiamato un figlio e gli ho chiesto di parlare con lei in tedesco, per vedere se l’afasia dei bilingui si manifesta allo stesso grado in entrambe le lingue. Ero certa che si potessero paragonare  come presentazione, ma –ovviamente- non come parole.

La sorpresa è stata che  in tedesco non presentava afasia!

Evidentemente benché l’area del linguaggio sia sempre quella, le due lingue seguono connessioni cerebrali  diverse, e quelle della sua lingua madre vengono risparmiate (forse il cervello le ha messe in un posto più sicuro? O è un caso?)

Non conosco una letteratura sulle afasie dei bilingui, ma certo se Oliver Sacks avesse avuto la buona creanza di stare ancora qui con noi, prima o poi ci avrebbe illuminato con uno dei suoi studi!

sabato 16 aprile 2016

Minivideo FISIOTRUCCHETTI

Alla fine è successo: stanca di ripetere sempre le stesse cose ai pazienti, ho creato delle "pilloline" di ergonomia in versione video.

Naturalmente un minuto di video non sostituisce le parole e il tocco di un professionista, ma senz'altro qualcuno apprezzerà dei semplici trucchetti per avvertire meno dolore nelle più consuete situazioni di vita quotidiana.

Gli attori non sono professionisti, e anche per me era la prima volta con il green screen...
Devo dire che sono stati giorni di faticoso divertimento, che speriamo diverta e sia utile anche a voi

Buona visione a tutti!

I FISIOTRUCCHETTI: pulizie


martedì 29 marzo 2016

10 tipi di fisioterapista che potresti incontrare oggi stesso

1)      Il neolaureato. Si sente fortissimo, le terapie gli sembrano quasi tutte più facili di quanto credesse, si impegna molto e accetta qualunque paziente in qualunque parte del mondo.
Essendo fresco di studi  considera sullo stesso piano diagnostico una patologia rarissima e una frequentissima.  E’ il motivo per cui spesso ci azzecca, rispetto a colleghi più esperti. Quello, e l’entusiasmo, lo rendono invincibile… fino al primo corso di approfondimento, quando cade nello sconforto della vastità di cose da sapere.

2)      L’”arrivato”. Ogni volta che lo incontri, lascia intendere di essere la massima autorità nel campo si cui si sta occupando in quel momento, anche se se ne occupa da due mesi. Spesso parla lasciando cadere briciole di sapienza che  spera tu raccolga -per il tuo bene-. Due mesi dopo, lo riincontri e si sta occupando di tutt’altro, in cui comunque è già diventato formatore di medici e professori. E così via.  E’ insopportabile, ma spesso è bravo davvero,  e i pazienti lo adorano.

3)      Il casuale. Voleva fare il fioraio, ma suo padre è medico e quando ha visto che non era portato per la medicina gli ha “suggerito” una via alternativa. E’ molto tecnico e metodico, ha macchinari di ultima generazione, partecipa a convegni e non di rado pubblica. Non è molto popolare tra i colleghi, e a torto, perché la ricerca in buona parte si basa su quelli come lui.

4)      Il tranquillo. Non si aggiorna se non il minimo sindacale, lavora sodo, sorride sempre, capisce più la natura umana che la patologia, e con questa saggezza pratica fa grandi cose.  Non brilla, ma è il silenzioso zoccolo duro che manda avanti l’Italia, in qualunque campo.

5)      L’entusiasta. Vorrebbe studiare tutto, fare corsi di tutto, andare dappertutto. Si interessa di mille argomenti, e in quasi nessuno diventa un esperto. Spesso fa altre tremila cose oltre alla fisioterapia, quindi è cronicamente a corto di denaro e di tempo. La sua forza sono dei lampi di genio occasionali, e un rapporto privilegiato con ogni paziente.

6)      Il monotematico. E’ il contrario del precedente: riconosce una sola tecnica, spesso l’ha inventata lui dopo anni di studio, e la considera al di sopra di tutto. Panacea di ogni patologia, redenzione di ogni deformità, formazione superiore ad ogni altra. Pubblica, presenta, partecipa a convegni, insegna. E’ dappertutto, e per tutto ha una risposta. E’ molto utile, perché sebbene la maggioranza dei fisioterapisti utilizzi più tecniche, ognuna deve essere presentata con la stessa convinzione, altrimenti è approssimazione.

7)      Il disilluso. Dopo che altri gli hanno copiato le idee, i raccomandati gli hanno rubato i posti che gli spettavano, i medici hanno dirottato i pazienti adorati, e le tasse gli hanno assottigliato ogni risparmio faticosamente accumulato, si è lasciato vincere dallo sconforto, e ha deciso di fare solo il minimo. Ora lavora senza entusiasmo, spesso in un unico ambiente, e si dedica con più attenzione alla sua vita privata.

8)      Lo stakanovista. Non si ferma mai, è concentratissimo sul lavoro e costante nella formazione. Spesso è un fisioterapista sportivo. Ha una terapia dietro l’altra, più una squadra da seguire, più una scuola di vela (tennis/ parapendio ecc) da formare, più il convegno a Munderlich (o altro posto impossibile da pronunciare e raggiungere), più il master in polpologia applicata. Trova anche il tempo di avere una famiglia e di fare una consulenza telefonica, se ci scappa. Se gli chiedi come fa, ti dice che “è solo questione di organizzazione” ma dopo anni di attenta osservazione posso dire che è proprio il Tempo, che  per lui fa un’eccezione e vale doppio.

9)      Il romantico. Ha preso fisioterapia perché voleva avere a che fare con cose dal nome affascinante come “sternocleidomastoideo” o “Sindrome di Ehlers Danlos”. Studia per amore, sottovaluta la propria preparazione, e diventa esperto di cose astruse che altri non tratterebbero mai. E’ spesso morbido e accogliente, parla in modo rassicurante e forbito, i pazienti si mettono nelle sue mani senza timore e i colleghi -nei rari momenti in cui decidono di occuparsi di loro stessi-  vanno da tipi come lui. Finché non molla tutto per andare a fare terapia agli gnu nelle steppe del Serengeti.

10)   L’assente. E’ il collega espertissimo che stai cercando da mesi per fare un corso/chiedere una consulenza/mandare un paziente/organizzare un convegno, purtroppo all’ultimo momento non è potuto venire. Nessuno sa che faccia abbia, se esista davvero, e se la tecnica che ha inventato sia davvero una tecnica fisioterapica e non, piuttosto, un nuovo sofisticato linguaggio in codice per spie.



venerdì 25 marzo 2016

10 cose che non sai sul tuo fisioterapista



1) Il corso di laurea in fisioterapia dura tre anni. In esso il fisioterapista impara l’anatomia, la riabilitazione e la nobile arte del cercare corsi affidabili per imparare tutto il resto.

2) Se il tuo fisioterapista ti sembra stanco, è perché ha passato tutto il giorno a dare attenzioni. Se sembra riposato, ha solo imparato a dissimulare molto bene.

3) Non c’è la tecnica perfetta: ma c’è sicuramente il fisioterapista giusto per te, quindi non smettere di cercarlo!

4) Il fisioterapista non è un mago: prima di chiedere una risoluzione istantanea ai tuoi problemi, chiediti quanto tempo ci hai messo a costruirli, in quanto tempo hai trovato una diagnosi, quanto ti ci è voluto per deciderti che ti serviva una mano, e fai una media realistica per il recupero.

5) Non omettere informazioni -anche di vecchia data- quando racconti di te: l’anamnesi è fondamentale. Ma non raccontare la ricetta dei biscotti di tua zia: l’anamnesi non è un libro di cucina.

6) Se credi che il tuo fisioterapista ti abbia chiesto troppo, sappi che oltre a pagare ogni corso un minimo di 1500 euro, ha il 30% di tasse, non si può ammalare, e raramente va in vacanza.

7) Durante la seduta hai diritto al tuo tempo: un fisioterapista che chatta mentre ti tratta probabilmente è poco attento. Ma chiamarlo alle 23 sperando che ti tratti per telefono è poco carino.

8) Ogni fisioterapista è geneticamente predisposto a studiare la riabilitazione adatta al tuo caso, ma forse ti troverai meglio con uno che ha scelto il campo di trattamento che ti serve: nessuno può sapere tutto! Se sei uno sportivo, vai da un fisioterapista sportivo.

9) Sentire due pareri è prudenza, sentirne tre è scrupolo, sentirne quattro è malafede. Dai cinque in su, è paranoia.

10) Fisioterapisti si diventa. Ma di sicuro essere un po’ matti aiuta la metamorfosi.




domenica 17 gennaio 2016

Il paziente biculo

Oggi vi voglio raccontare del paziente con due culi.

Per capire di cosa parlo dovete sapere che a Novembre ho terminato il Corso di Perfezionamento in Uroriabilitazione, ovvero di riabilitazione del pavimento pelvico. Naturalmente era previsto un tirocinio nell’ottimo ambulatorio di urodinamica di Tor Vergata, dove afferiscono pazienti di ginecologia, urologia e chirurga prostatica e proctologica. Insomma, ci si occupa tutto quello che non va nelle parti intime della gente: incontinenze, prolassi, esiti di chirurgia, e altre amenità.

Direte: “Devi essere pazza per specializzarti nel perineo”.

Eh, forse sì.

Comunque, un bel giorno di tirocinio arriva tra gli altri un paziente di ca 65 anni, simpatico, operato  per una fistola all’ano (i più sensibili abbandonino la lettura, prego) .

Il paziente in questione, che chiameremo Agilulfo, è stato 7 (sette!) volte in visita dal proctologo che lo ha operato, in quanto lamenta delle sequele non accettabili dal chirurgo, ovvero la presenza di due orifizi anali. Comprensibilmente, il medico lo manda prima in un posto irripetibile, poi da noi con la prescrizione di riabilitazione del pavimento pelvico, specificando (cito testualmente) “che l’operazione è riuscita perfettamente, e il paziente è guarito”.

La coordinatrice del reparto me lo gira con un bel sorriso e un possibilista “Pensaci tu”.

Mi presento, e mi metto ad ascoltare la sua storia:
"Dottoressa, ho due culi"
"In che senso, scusi?"
Sostanzialmente, benché guarito, Agilulfo quando si lava sente due orifizi, un’evenienza-converrete- quanto mai incresciosa.

Lo visito. 
“Agilulfo, io non vedo nulla che non va. “
“E’ quello che mi dicono tutti” (dice abbacchiato e un po’ risentito)
C'è solo una cosa da fare.
“Abbia pazienza (gli porgo un guantino) mi faccia capire”

Mi fa capire. “Ecco, vede (ora dovete immaginare il paziente sdraiato di fianco, imbarazzato ma risoluto, e me altrettanto risoluta che controllo le sue mani mentre mi illustra il problema)… con decenza parlando, quando passo da qui mentre mi lavo, sento un buco, quando passo da di qua ne sento un altro.”

MA CERTO. Lo aggiro e con un sorriso rassicurante annuncio:

“Agilulfo, ho capito tutto.”

Tolgo i guantini, prendo un foglio e una penna e disegno un colon retto (pare una nuvoletta) e un anello con due freccette:
“Allora, quando lei si lava passando da qui, il dito va a finire nella porzione di retto non operata, dove lei ha sensibilità normale. Quando passa da di qua, aggira questa vecchia cicatrice emorroidaria, e trova all’interno la cicatrice dell’operazione, dove la sensibilità è alterata. Ricorda il giochino in cui si intrecciano le dita e ad occhi chiusi le si fa scorrere su un dito dell’altra mano, e sembrano due perché la percezione è ingannevole? E’ la stessa cosa, solo che siamo… ehm… nel suo ano.”

Tace. Guarda il disegno. Dopo qualche secondo mi guarda e si illumina.

“Ma certo!... Come sono sollevato! Ma tu pensa, nessuno mi aveva mai spiegato… entro con due culi, ed esco con uno! Lei mi ha restituito alla vita.”

A volte il mio lavoro è veramente surreale.