martedì 6 marzo 2012

Miti da sfatare riguardo alla fisioterapia


1) I nervi grazie al cielo non si accavallano
2) Se vi hanno prescritto l'ipertermia, potete ovviare con una borsa dell'acqua calda
3) Lo strappo muscolare è molto raro. Meglio dire stiramento.
4) Se la ionoforesi dura meno di 25 minuti, è una cazzata. 
5) I fisioterapisti non fanno quasi mai massaggi. Solo quando la prescrizione è massoterapia, cioè massaggi, fanno dei massaggi. Altrimenti fanno kinesi terapia attiva e passiva,  fisioterapia pre e postoperatoria, rieducazione ai passaggi posturali, altre cose dal nome altisonante che non ricordo, più tutte le specialità del singolo terapista, che dipendono dai corsi (privati) che ha fatto.
6) Il leggendario "male ai reni" in realtà è dolore lombare. I reni stanno molto, molto più su. E fanno molto, molto più male.

7) La TENS non è curativa: serve solo a diminuire il dolore
8) Se la pedana vibrante facesse bene, chi va in autobus sarebbe in formissima
9) Gli esercizi che vi hanno dato, anche se vi sembrano cazzate semplicissime, si chiamo kinesi terapia, e dopo tre giorni non potete smettere di farli. Se vi sembrano troppo semplici, siete sulla buona strada per il recupero.
10) No, la posturale non è mai riposante. 
11) L'osteopata fa anche altre cose, oltre a scrocchiare le ossa.
12) La cervicale ce l'hanno tutti, perché è il nome collettivo delle prime sei vertebre. 
13) Il terapista non fa miracoli. Prima di chiedere una guarigione in 10 sedute, chiediti quanto ci hai messo a farti venire il mal di schiena.
14) I dolori articolari da artrosi si chiamano "re-u-ma-ti-ci" e non: romantici, rumatici, pneumatici.
15) I fisioterapisti sono abbastanza permalosi.

giovedì 22 dicembre 2011

Lasagna frullata.

Normalmente mi sentirete parlare bene dei pazienti, dei caregivers (coniugi, figli o genitori che si occupano del malato), e delle figure più o meno silenziose che rendono tollerabile uno stato di bisogno.

Oggi,no.
Per spiegarvi il motivo devo dirvi cos’è una nutrizione enterale.
Se siete impressionabili, fatevela passare perché fa molto meno schifo di altre cose.

Prendo uno stralcio dell’ottima guida dell’Istituto Clinico Humanitas:

“La nutrizione enterale (NE) permette di nutrire artificialmente, attraverso una sonda, tutti coloro che per diversi motivi (anoressia, stenosi o fistole digestive, difetti di deglutizione, ecc.) non possono essere alimentati adeguatamente per via fisiologica. 
Si chiama artificiale perché vengono utilizzate delle miscele nutritive preparate artificialmente con quantità standardizzate di proteine, glucidi, lipidi, sali minerali, acqua, vitamine e oligoelementi che possono soddisfare totalmente i fabbisogni metabolici dell’organismo.[ …]
La NE può essere effettuata attraverso:
- sondino naso-gastrico (fig. 1)
- sondino faringostomico (fig. 2)
- sondino gastrostomico (fig. 3)
- sondino digiunostomico (fig. 4)
Di fatto, si tratta di fare un buco in una delle vie d’accesso alla “strada del cibo” : tutti avete visto un sondino naso-gastrico, la faringostomia è un buchino in gola (da non confondersi con la tracheostomia che serve per respirare) ,  la gastrostomia è un buchino nella pancia sotto le costole a sinistra (o a destra, per la digiunostomia) .
In questi forellini fatti dal chirurgo viene applicato un tubo flessibile con una valvola per inserire il cibo senza rischi.
Naturalmente è un tubo speciale, deve essere a tenuta stagna, ben protetto per non portare infezioni, e deve essere maneggiato con cura.
Siccome il cibo non passa per la bocca, dove verrebbe masticato e inzuppato di enzimi utili alla digestione, si deve adoperare un cibo speciale, già frullato, facile da digerire e pieno di vitamine.
Lo si trova in sacche come questa (quella a destra):

Oppure, con le siringone senza ago si inietta piano piano direttamente nel tubo, anche se aumentano i rischi di infezione.

A casa però, molti pazienti, anche per ragioni economiche, preferiscono frullare il cibo “normale” e somministrarlo come quello artificiale, con sacche o siringhe.


Ora.
Ci sono indicazioni di pulizia e cautela speciali per non veicolare malattie tramite quella che di fatto è un’autostrada per i microbi.





Ma soprattutto, non si può pensare che un vecchietto provato da medicinali, dalla presenza di altri tubi (catetere, tracheostomia, colostomia ecc), da un’operazione magari al cervello, dalle piaghe da decupito o so cos’altro, possa mangiare

La lasagna.

Tu, figlio di paziente, che mi dici soddisfatto “sai oggi nella pasta ho messo anche il parmigiano” , quasi ammiccando per vedre cosa ne penso… ma io cosa ti dovrei dire??

Il gusto non si sente. E' come dare l’amatriciana ad un bambino di 6 mesi. 

NON SI PUO’ FARE.

Chissà se riuscirò a spiegarlo senza dare di matto.

sabato 22 ottobre 2011

Selezione Darwiniana

Vista la situazione generale, ho di nuovo accettato un lavoro di fisoterapia domiciliare per conto Asl. 
Intendiamoci, io credo profondamente nel pubblico, ma presuppone un senso civico che non è da tutti.
L'ho accettato, a due lire (euro): 12 euro lordi l'ora, con partita Iva. 
Significa 8 euro netti, circa, se facessi le pulizie in un condominio guadagnerei di più, senza calcolare la benzina per raggiungere le varie case, niente malattia,  ferie e queste altre sciocchezze che ormai annoiano anche solo con l'essere nominate.
Comunque. 
Telefono ai pazienti per avvertirli che finalmente la fisioterapia può iniziare.
"Pronto, buonasera sono la fisioterapista per il signor Tal Dei Tali"
(Voce giovane, molto seccato) "Bene. Mio padre è venuto a mancare in Agosto."
"Oh mi dispiace molto. Buonasera."


Attacco in fretta, lascio che l'irritazione per un servizio atteso a lungo si sfoghi in famiglia, immagino la conversazione impotente e rabbiosa dall'altra parte.
"Figurati, ha chiamato una della Asl per la fisioterapia di papà"
"Adesso?? La aspettavamo a giugno"
"Si, si sono sbrigati"


Il fatto è che l'attuale sistema sanitario prevede 

  1. che si faccia la richiesta per l'assistenza domiciliare , 
  2. che vengano gli incaricati (medici, ispettori, a seconda dei casi) a controllare che il servizio sia davvero necessario, naturalmente rispettando la lista d'attesa
  3. che la richiesta formulata dal medico (2/3/5terapie domiciliari, assistenza mattutina, logopedia ecc) venga inoltrata al servizio sanitario nazionale
  4. approvazione da parte del SSN, 
  5. l'incarico viene subappaltato ad una società di servizi, perché la Asl non se ne incarica più direttamente (troppa corruzione). Naturalmente anche queste società hanno la loro lista d'attesa.
Con tutta questa gente di mezzo, vi stupite che paghino così poco? O che passi così tanto tempo?
Io no. 
Mi arrabbio, e penso che la Sanità in Italia è un sistema Darwiniano, che mira all'eliminazione dei più deboli, prima che diventino un peso per la società.
Allora penso alla mia voglia di tornare in Africa, al volontariato, alla corruzione che c'è lì, e trovo inquietanti analogie. 
Così, accetto un lavoro sfacciatamente sottopagato come se fossi in un Paese in Via di Sviluppo e ringrazio il cielo che mi diano almeno un rimborso spese, e che non devo prendere un costosissimo aereo per raggiungere la mia Africa privata. 
Leggo e regalo libri e rispetto l'ambiente come se fossi lì, e la cultura fosse l'unico mezzo per uscire dalla povertà intellettuale e dall'oppressione del Regime. 
Prendo i mezzi pubblici, e ringrazio che non siano come quelli di Dar Es Salaam, che erano un inferno e costavano come i nostri.

Consoliamoci, colleghi: stiamo benissimo, per essere un Paese del terzo Mondo.

lunedì 26 settembre 2011

Ridere dentro

Oggi vi parlo del Parkinson e delle patologie Parkinson-simili.
Sarò molto dissacrante, perché i Parkinsoniani non amano che ci si scherzi su (poi vedremo perché) ma tutti gli altri non sono tenuti a rispettare il loro muso.

La fisiologia è complessa, comunque una parte molto antica del cervello (il cervello è come il tronco di un albero: la parte antica sta al centro) perde un trasmettitore di segnale che regola il movimento.
Il risultato sono una serie di disturbi come
  • il tremore a riposo,
  • delle stereotipie del movimento, come quel “ tic” alle mani che sembra sempre stiano sentendo la qualità di una stoffa
  • il bloccarsi mentre si cammina, soprattutto in prossimità di strettoie o parti buie (un corridoio buio è l’ideale: un parkinsoniano ci può passare pure 10 minuti, prima di ricominciare a muoversi)
  • i piccoli passetti sul posto, tipo leprotto con i ceppi
  • la rincorsa del baricentro, che fa sì che si vedano questi vecchietti che corrono a testa bassa come podisti in ritardo
  • la rigidità. Un nonno col P. in poltrona sembra di legno: se prendete un braccio fa un simpatico rumorino di ingranaggi come un Big Jim rimasto a lungo sulla sabbia.

Il guaio è che essendo la parte colpita molto antica, il danno intacca anche alcuni movimenti che fanno parte della personalità.
Mi spiego meglio: quali sono, al di là delle azioni volontarie, quei movimenti che caratterizzano la personalità di un individuo, che lo rende “particolare” e unico ai nostri occhi, e ci fanno dire: “lo riconoscerei tra mille?”
Sono la mimica facciale, l’armonia dell’insieme, l’andatura, il gesticolare, un certo modo di oscillare le braccia, di arriciare il naso, di accavallare le gambe.
Non ci si pensa, ma anche quelli sono muscoli, solo che non agiscono a livello cosciente: non stiamo sempre lì a pensare: adesso mi sposto i capelli dal viso con quel gesto che piace tanto a mio marito.
E’ una parte antica, profonda, che avevamo anche quando eravamo animaletti, e infatti noi riconosciamo i “caratteri” diversi degli animali, anche se sono di specie diverse. E’ un linguaggio trasversale, molto utile alla sopravvivenza perché caratterizza l’individuo nel branco.

Nel Parkinson si perde anche questo, che sembra un di più, ma in fondo è la vera tragedia dei Parkinsoniani. Uno dei segni (che compaiono tardi, per fortuna) è la facies parkinsoniana: un’espressione fissa, seria, vagamente assente, con uno sguardo in fondo disperato.
Se stanno male, o sono molto felici, non si vede. Possono dirlo, ma spesso non è facile crederci. Perdono anche i gesti che li caratterizzano, e questo è un problema con i familiari, che cominciano a considerarli insensibili, o, in qualche modo “più trasparenti”, come i cloni dei film di fantascienza: entità meccaniche che hanno meno spessore emotivo.
E’ irritante andare da tuo padre e dirgli “Papà, mi sposo.” Ed ottenere la stessa reazione che se dicessi “papà, ho comprato due carciofi per pranzo.”

In realtà i Parkinsoniani hanno una gamma di emozioni come tutti gli altri, anzi, leggermente sbilanciata verso la depressione, perché il trasmettitore che manca è anche una sorta di stabilizzatore dell’umore. Il loro antidepressivo naturale è difettoso.
Provate a ricordare i giorni i cui vi svegliate con l’ansia, l’ultima sindrome premestruale, la volta in cui avete fatto qualcosa di irreversibile, la consapevolezza di invecchiare. Fatto?
Ecco, loro stanno sempre così.
Sono in grado di gioire, naturalmente, solo che “sono contenti dentro”.
A volte mi è capitato di suggerire ai familiari di considerare solo lo sguardo della persona malata, come se fosse dentro un chador particolarmente coprente.
 <<vedete? È felice! Vero signora? Però anche se è faticoso lei deve imparare a dire i suoi sentimenti come un bollettino, così almeno dà un segnale: tipo “sono soddisfatta”, “sono seria”, “sono stanca”. >>  
Ne risultano delle fisioterapie un po’ paradossali, ma la vita col Parkinson lo è.

Ad uno spettacolo particolarmente divertente un musicista col Parkinson riassunse tutto questo con una frase geniale:

“ So che da fuori non si vede, ma dentro sto ridendo tantissimo. Dovrete fidarvi.”

lunedì 20 giugno 2011

UFO


Il bambino C., adorabile biondino di 8 anni, ha avuto una PCI 2+1 agli arti inferiori, che vuol dire che le gambe sono rigide, spastiche, con movimenti distonici, un braccio tende alla retrazione soprattutto durante gli sforzi, ma tutto sommato cammina (storto, con treppiedi,  con fatica, ma cammina) e soprattutto, come molti bambini colpiti da PCI , è un pochino più intelligente della norma.
Dev’essere una questione di adattamento:  bambini con infermità fisica di qualche tipo sopperiscono al deficit fisico con la prontezza intellettuale. Se viene coltivata con imparzialità, questa diventa intelligenza, altrimenti, diventa furbizia da quattro soldi. Mi rincresce doverlo ricordare, ma i genitori che le danno tutte vinte a questi bambini, come se fossero così speciali da non aver bisogno di regole, si ritrovano in casa uno stronzetto supponente, che  tratta tutti come fossero creature a sua disposizione, e così oltre all’handicap sono anche antipatici. Un giorno vi racconterò un caso emblematico. Ma oggi parliamo del bambino C.
Poiché è in cura presso la struttura X da molti anni, il bambino C. è ormai di casa. Entra ed esce da solo, la madre, biondissima anche lei, fa un bel sorriso a tutti e poi va a farsi un giretto durante l’ora di terapia. Immagino un’ora di corse per fare spese, pagamenti, commissioni. Tutto quello che si vede è un bel sorriso e una fiducia data da anni di conoscenza. Tutti i terapisti della struttura conoscono C., perché è consigliabile cambiare terapista dopo un po’.
Per questa settimana sono io a fare terapia con lui, visto che sostituisco una ragazza in vacanza. (Ebbene si, anche i terapisti vanno in vacanza, seppur molto di rado.)
I colleghi mi hanno informata che è un grande appassionato di UFO, legge moltissimo e vede ogni speciale in tv, chiede a chiunque,  e infatti la domanda arriva:
“Tu ci credi agli UFO?”
“Mah, diciamo che non vedo ragioni per escluderli. Tu ci credi?”
Domanda superflua, ma stavo facendo una manovra di allungamento agli arti inferiori, che per chi ha una componente di spasticità non è mai un piacere, quindi mi faceva comodo che si svagasse.
“Si, io ci credo. Lo sai che sono stati avvistati? Secondo te come sono fatti?”
Così, iniziamo una discussione su forma, avvistamenti, caratteristiche, attendibilità delle fonti,  racconti di presunti rapimenti, che dura più o meno tutta la terapia. Lui è un paziente ideale: non protesta, è collaborativo, tenta le novità, e dice apertamente se fa male, o se non riesce, senza essere pigro ma senza strafare (che in un bambino secondo me sarebbe preoccupante).
Quando capitiamo sul discorso rapimenti, vedo che le domande si intensificano, e così comincio ad avere una di quelle intuizioni folgoranti che capitano forse un paio di volte ogni dieci anni.
Chiedo: “C, ma perché ti interessano così tanto gli UFO”
“Perché sono sconosciuti. Chissà se sono cattivi. I racconti dicono che chi è stato rapito…”
La butto lì a bruciapelo.
“Ma perché mi chiedi tutte queste cose? Hai paura di essere rapito?”
“… Si”
“E perché dovrebbero rapire proprio te?”
“…”(lungo silenzio)

“C., perché hai paura che rapiscano proprio te?”
(Guardando in basso): “...perché io non posso scappare”
Non è professionale, ma non ho potuto fare a meno di abbracciarlo.
Gli ho detto “Non ti preoccupare, non ti rapirà nessuno.” Ma poiché so che non si può combattere una paura irrazionale con una spiegazione razionale, ho aggiunto “Mi pare di ricordare, comunque, che non rapiscono i bambini, quindi sei al sicuro”
“Davvero non rapiscono i bambini?”
“Credo proprio di si. Ora ci informiamo bene, la prossima volta ne parliamo. Ok? Intanto facciamo tanti esercizi così diventi velocissimo, che male non fa, anche se non dovessero esistere.”
Voi direte. Hai preso tempo. Si.
Spero che per quando sarà grande questo interesse per gli UFO sarà diventata una curiosità scientifica, e lui avrà strumenti emotivi sufficienti per difendersi dalla paura di essere rapito perché “speciale”.
Ne ho parlato con la sua psicologa, in privato. Spero che abbiano trovato una formula discreta per tranquillizzarlo. Purtroppo non lo vedo da due anni, chissà quant’è cresciuto.
Sarà diventato velocissimo.

venerdì 13 maggio 2011

E se fosse... (è lungo, suggerisco una lettura rateale)

Qualche tempo fa, sapendo che del mio stage  formativo presso un famoso ospedale pediatrico, un amico mi ha chiesto: “Cosa ti comporta emotivamente lavorare con queste situazioni?” Intendendo dire che il burn-out di un terapista, seppur poco considerato, è senz’alto sempre in agguato, soprattutto in alcuni reparti tipo oncologia,  neurologia –soprattutto la lungo degenza, che tratta le patologie croniche degenerative , cioè quelle che ora ci sono e sono tremende, e domani saranno peggio- .

Cosa succede in chi tratta pazienti la cui vita è  così profondamente permeata di anormalità ?
Si diventa ipocondriaci?
Si pensa di più alla morte?
Ci si butta sul cinismo?
Si vive nel terrore che possa capitare a noi o a qualcuno della propria famiglia?

Ho capito che a nessuno piace particolarmente sentir parlare gli addetti ai lavori, per alcuni anche solo sentre queste domande “porta sfiga”.
Ma qui siamo tra noi, se fossimo superstiziosi saremmo già morti sotto le numerose scale aperte che incontriamo nella pratica clinica.
Non scomodiamo la psicologia, né quella da bar né quella da professionisti…
Facciamo solo qualche osservazione.

Il cinismo c’è, se no non ce la faremmo. A volte è offensivo e fuori luogo, perché tendiamo dopo un po’ a considerarlo normale. A volte ci svolta la giornata. Il meglio è quando si riesce a dividerlo con il paziente .
Da questo punto di vista il paziente cronico è il più scafato ma anche il più permaloso: la battuta può essere crudele, ma deve sottintendere una profonda considerazione dello stato “speciale” della sua vita: mi viene in mente un paziente sieropositivo, accanito fumatore: io “uei, ma lo sai che il fumo uccide, si?” Lui fa per partire con una risposta acida, poi mi guarda in faccia e mi manda a fanculo ridendo. 
Oppure quel ragazzo con la SLA (una patologia mostruosa, che in breve tempo ti stacca la spina dei muscoli, generalmente partendo dalle gambe e via a salire, finchè non si paralizzano diaframma o cuore e tanti cari saluti a tutti, sempre conservando la lucidità), lui due stampelle, grosse braccia a compensare due zampette mosce, la moglie accanto, sorridente, entrambi trentenni… chiedo, abbastanza banalmente “come va?” e lui “Benone, finchè sto in piedi…” Non fa una grinza.

Ma non è il cinismo la naturale evoluzione del lavoro con la patologia. C’è chi lo era da prima, chi -dopo anni- al massimo mette su un po’ di indifferenza.
La cosa più difficile , come ci disse il mai abbastanza lodato professor Crocetti, psicologo del corso di studi, è “entrare e uscire dall’empatia a nostro piacimento” .
Abbastanza dentro da capire il dramma, usare le parole giuste, pretendere una reazione appropriata.... e abbastanza fuori da dormire la notte, tornare a casa e guardare la nostra famiglia senza immaginare ogni componente in sedia a rotelle,  o da dare risposte ferme al paziente e alla sua famiglia.

Allora, cosa mi comporta lavorare con bambini che fino a due mesi fa erano normalissimi, e ora che hanno avuto un’encefalite, che sono stati investiti, che hanno avuto qualcosa di banale con effetti disastrosi? 
Vedere  il deterioramento delle condizioni, magari permanente, o  una demenza perenne, l’incontinenza, o ancora una vita con una socialità condizionata… gli adolescenti, per esempio: c’è una ragazza che sbircia i visitatori facendo apprezzamenti… Al nostro sguardo di sottovalutazione delle sue possibilità, risponde “ehi, mi mancheranno pure i capelli, ma ho pur sempre 17 anni!” la sua lucidità è conservata, vorrebbe il fidanzato, ma con una lesione al cervelletto sei fuori gara...
 L’empatia per me è una fregatura e una benedizione… ben lungi dalla “padronanza a comando” suggerita dal professore, sono in eterna difesa del mio spazio sano.
Vedo madri che (per quanto a volte le strozzerei) si sono adattate non dalla nascita – che non è meglio, ma almeno già lo sapevi- ma da un’età avanzata, 2, 6, 13 anni che il loro figlio non è più un bambino normale, e via, ricominciano a vivere da capo, ribaltando le priorità, facendo scelte repentine (trasferimenti, vendite, educazione dei fratelli, rapporto con i mariti, percorsi di studio)… lì si, lì mi chiedo cosa farei, ma come disse un’amica medico, il cui papà si è ammalato cambiando completamente carattere “è incredibile quanto ci si riesca ad adattare a tutto, siamo di gomma”…quindi chissà, l’adattamento probabilmente verrebbe da sé…
Però vedo che il carattere primario, quello di prima della patologia, è un buon segno predittivo non solo di come sarà la vita da disabile, ma anche di quanto sarà difficoltosa la vita dei famigliari: ci sono famiglie che comprano la sedia a rotelle, la macchina più grande,e vanno in vacanza come prima, solo con alcuni accorgimenti in più, e pazienti che si tumulano in casa a smadonnare perché tra due, 10, 20 anni moriranno… tra questi, una gamma infinita di interessanti combinazioni dal Quasi Incosciente al Più Che Sconvolto, dallo Sportivo Incallito al –frequentissimo- Esasperato dalle Scartoffie (categoria presente in ogni stato della società)


Allora la reale domanda che resta, il dubbio da cui non ci si difende, non è: “cosa farei se capitasse a me” ma “cosa SAREI se capitasse a me”
Sarei un uomo prostrato, insofferente, convinto che la vita mi deve qualcosa per questa ingiustizia, un uomo che ha il diritto di lagnarsi quanto vuole, perché porca troia ma non ne ho avute abbastanza dalla vita, … o sarei un uomo con esigenze particolari, ironico, consapevole e capace di accontentarmi delle capacità rimaste? Sembra un giudizio, a scriverlo così, come se io pensassi che uno è meglio e l’altro è peggio, uno più simpatico l’altro meno… non è così: ragiono da riabilitatore: penso “chi ha più possibilità terapeutiche? Chi soffre di meno?”

A pensarci bene, questa è una domanda che si può fare a prescindere dall’ipotesi di patologia. Non “cosa sarei”, allora, ma “cosa sono”.
Forse è questa, la sequela emotiva che ho dal lavorare con la malattia.
Cosa sono?

martedì 19 aprile 2011

scelta di rottura

una scelta di rottura
La sottoscritta, dopo numerosi dibattimenti sulla giustizia e sul diritto con amici e conoscenti,
 
di fronte
 
alla considerazione che l'Italia è un paese di pecoroni,
 
tenuto conto 

del lassismo generale, della difficoltà di barcamenarsi tra le maglie strette ma bucate della burocrazia,
 
consapevole 

del proprio passato di piccole innocue truffe, ( nulla a che vedere con coetanei e politici)
 
considerando 

che potrebbe essere solo fonte di frustrazione, ma d'altra parte che "non è quello che dici, ma quello che fai che ti caratterizza"
decide in data odierna

di dare una svolta legale alla propria vita, fatturare tutto, farsi fatturare tutto, farsi pagare il giusto, informarsi di più, e compagnia bella.






In fede.
F.I.B.